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Autore: Chiara

Lockdown e figli

Gli interventi richiesti in questo momento a supporto della genitorialità hanno come tema centrale i figli che vivono con difficoltà i lockdown.

Cosa stanno vivendo i nostri figli?

Naturalmente non è possibile individuare un modo univoco di gestire e vivere questa situazione.

Ci sono bambini tranquilli e sereni, che vivono senza troppi disturbi la situazione, altri meno.

Al di là di quelle che sono le predisposizioni naturali e i caratteri, un ruolo importante lo ha il comportamento dei genitori.

Cosa fare?

L’atteggiamento migliore è quello di presa di coscienza della situazione attuale e delle difficoltà che comporta, mantenendo però un senso di possibilità e di ottimismo, che influenzerà positivamente i nostri figli.

Parlare, rimane sempre la cosa più importante. Rassicurarli, accogliere le loro sofferenze senza giudizio e senza minimizzazione, ma senza nemmeno ingigantire il tutto.

La relatività

Uno dei concetti che, come genitori, può maggiormente venire in nostro aiuto, è quello della relatività.

Quello su cui ci si deve maggiormente concentrare è la comprensione che tutto quello che stiamo vivendo, non sarà per sempre. Prima o poi, torneremo alle nostre abitudini, alla nostra quotidianità.

Resilienza

Approfittiamo della situazione per insegnare ai nostri figli la resilienza. Un’importante capacità che permetterà loro di sapersi rialzare dopo qualsiasi difficoltà incontreranno nella vita. Per ripartire più forti e tenaci di prima e fare in modo che quanto vissuto siano un momento di crescita. Che non vanifica le difficoltà vissute.

Un mantra

E come diceva la psicologa statunitense Virginia Satir:

PsicoLinee | Virginia satir, Words, Writer

In caso di aiuto in merito contattatemi: [email protected]

Supporto ai genitori durante il lockdown

Si aprono gli incontri per dare supporto ai genitori i cui figli vivono con disagio la situazione attuale legata al lockdown.

Il gruppo di parola è il luogo in cui le esperienze e i pensieri dei diversi genitori diventano un aiuto a tutti i partecipanti.
L’unione fa la forza e comprendere che non siamo soli è un’importante àncora a cui aggrapparsi.

Lunedì 16 novembre e lunedì 23 novembre dalle 18 alle 19 (per i genitori di bambini dai 3 ai 6 anni)

Giovedì 18 novembre e giovedì 25 novembre dalle 18 alle 19 (per i genitori di bambini dai 7 agli 11 anni)

Sabato 21 novembre e sabato 28 novembre dalle 16.30 alle 17.30 (per i genitori di ragazzi dai 12 ai 17 anni)

Costo totale (due incontri): 60€ + 4% (tasse) + 2€ (marca da bollo)= 64,40€

Massimo 6 persone a gruppo, prenotazione obbligatoria.

Per info e iscrizione [email protected]

Gruppi di auto-mutuo aiuto

La separazione e il divorzio sono eventi che hanno un enorme impatto nella vita delle persone; il coinvolgimento emotivo è alto e spesso l’evento viene letto e vissuto come un fallimento personale, un lutto.

Diversi sono gli interventi che possono essere d’aiuto ai soggetti interessati; fra questi spiccano i “Gruppi di auto-mutuo-aiuto”. A differenza del lavoro “one to one”, i gruppi arricchiscono il singolo soggetto dell’esperienza e dei vissuti degli altri partecipanti e permettono una condivisione che risulta apportatrice di valore.

Un percorso che può alleggerire i genitori e di riflesso portare serenità ai figli.

Costo: 25  euro a persona a incontro (previsti 4 incontri).

Numero minimo di iscritti 4, numero massimo 10.

ISCRIZIONE OBBLIGATORIA ([email protected])

“Ho bisogno di aiuto”

Dopo una lunga assenza in cui la mia attività di privacy manager e DPO ha dovuto necessariamente avere la priorità, ritorno a dare spazio alla mia attività di mediatrice familiare e counselor.

Nella vita, ognuno di noi ha momenti di difficoltà; momenti in cui una o più cose ci rendono la vita meno leggera. Può essere una separazione, la perdita del lavoro, la fine di una amicizia oppure un’insoddisfazione generale rispetto alla nostra esistenza.

Ebbene, molto spesso, in momenti come questo, dovremmo avere il coraggio di ammettere, prima di tutto a noi stessi, che “abbiamo bisogno di aiuto”. Forse potrebbe essere anche vero che ce la facciamo da soli, ma perché non ridurre il peso del fardello che portiamo sulle nostre spalle, condividendolo con dei professionisti che sanno creare un ambiente di ascolto attivo, in cui vige la completa “sospensione del giudizio”? Persone che, a differenza di amici e parenti, non sono minimamente coinvolte e soprattutto che non ci danno consigli, ma si “limitano” a stimolare in noi un dialogo, sollecitando, attraverso delle domande, una serie di risposte che noi, oggi, non sappiamo nemmeno di avere dentro di noi.

Con l’obiettivo di “trovare risposte”, rivolgerci a un professionista, inoltre, ci permetterà di compiere un meraviglioso viaggio dentro noi stessi, per raggiungere una maggiore consapevolezza rispetto al nostro essere e quindi al nostro modo di interagire con gli altri. Un viaggio che ci permetterà di entrare in contatto con le nostre emozioni per poter avere una maggiore conoscenza di noi e quindi degli altri, in un allenamento costante delle nostre capacità empatiche.

Accettare di avere “bisogno di aiuto” è un primo enorme passo verso la sistemazione di quegli aspetti che ci lasciano quel gusto di “amaro in bocca” e che non ci permettono di vivere in leggerezza e serenità come deve essere diritto di tutti.

Che lavoro vuoi fare da grande?

A tutti almeno una volta quando eravamo bambini, qualcuno ha posto la fatidica domanda “che lavoro vuoi fare da grande?” Diversi episodi accaduti di recente mi hanno fatto riflettere (che strano!!!) sul senso di questa frase.

Leggevo delle polemiche di un ragazzino liceale, su un gruppo facebook, rispetto all’organizzazione dell’alternanza scuola/lavoro che definiva un’esperienza inutile, una semplice perdita di tempo. Alle lamentele sollevate dal giovane studente, mi sono permessa di rispondere che nessuna esperienza è da considerarsi inutile e ancor meno una perdita di tempo. Lui raccontava che spesso l’attività si riduce ad un “utilizzo” dei ragazzi solo per fare fotocopie e portare caffè, mentre lui riteneva che, in primo luogo, l’azienda in cui svolgere l’alternanza debba avere attinenza con l’indirizzo di studio, in secondo luogo, che l’attività assegnata agli studenti debba essere “più di contenuto”.

Ho cercato di far capire al ragazzo che il senso e il valore di ogni esperienza non deve necessariamente essere intrinseco all’esperienza stessa, ma che spesso dipende dal modo in cui noi la viviamo: siamo noi a darle valore.

Entrare in una azienda può essere formativo, anche solo ascoltando e osservando quello che vi succede e traendone poi delle conclusioni, facendoci sopra delle osservazioni.

Il ragazzo auspicava che, l’azienda prescelta per ciascun studente, lavorasse nel settore di studi dei vari ragazzi, insomma fosse una sorta di anticipo del loro futuro lavoro. E io mi chiedo se ancora oggi abbia un senso chiedersi quale lavoro si farà da adulti. Innegabilmente e sotto gli occhi di tutti, il mondo del lavoro ha vissuto e sta vivendo degli enormi cambiamenti: dalla crisi economica degli ultimi 9/10 anni, molti degli assunti basi su cui si fondava il lavoro, il “buon lavoro”, sono andati scomparendo.

Siamo caduti nello sconforto più totale quando concetti come “assunzione a tempo indeterminato” (un must nei decenni passati per sentirsi economicamente tranquilli!!) sono stati sostituiti da “assunzione a tempo determinato”, “contratti a progetto” e via dicendo. Constatare che nessun ambiente di lavoro oggi sia da ritenersi porto-franco, ha suscitato per anni (in molti lo suscita ancora!!) timori e preoccupazioni.

Perché tutto questo? A mio parere perché ben radicato nella natura umana, alberga una sorta di predisposizione naturale alla lamentela, una reticenza rispetto alle novità semplicemente perché implicano lavoro: mentale e fisico. Dobbiamo abbattere i muri che per cultura sono stati costruiti e questo non è semplice. Il mondo del lavoro costituiva (per proseguire con la metafora del muro) una muraglia parecchio cementificata, composta da varie mattonelle; una muraglia che ci circondava e ci proteggeva da quello che c’era fuori, ci dava sicurezza. Poi è arrivata la crisi…

Un lungimirante e avanguardista signore di nome Albert Einstein, affermò che “E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi.”

La crisi ha distrutto quella muraglia, mettendoci davanti agli occhi quello che stava fuori, facendoci sentire esposti alle intemperie, non protetti. I meno audaci, i meno ottimisti, i meno inventivi si sono arresi, soccombendo; altri, approfittando dell’assenza delle mura, hanno osservato il mondo, lo hanno analizzato, per comprendere di cosa realmente ci fosse bisogno. I lavori tradizionali, molti, sono stati reinventati, soprattutto con la massiccia divulgazione di un utilizzo a larga scala e nel quotidiano dell’informatica. Adeguarsi e reinventarsi sono quindi diventati concetti chiave per non soccombere. Capire in che direzione si sta andando, formarsi in modo continuativo per essere sempre al passo con i tempi, adattarsi alle varie situazioni, diventano caratteristiche fondamentali nel mondo del lavoro. Oggi i contenuti, che ormai, a differenza di decine di anni fa, sono accessibili a tutti, devono essere coadiuvati da predisposizioni e atteggiamenti che a scuola ancora non si apprendono. Se 50/70 anni fa, a fare carriera e ad avere lavori di prestigio erano solo le persone che erano state scolarizzate, oggi si deve andare oltre per distinguersi dalla massa. E così, la muraglia lavoro è stata sostituita da una meravigliosa veranda di vetri mobili: la trasparenza del materiale ci permette di non perdere contatto con quello che sta fuori e la mobilità dei vetri di muoverci da dentro a fuori e viceversa, facendo sì che dentro si possa portare le cose significative che stanno fuori e fuori le cose significative che stanno dentro. In una condizione di mobilità che, una volta compresa, accettata e digerita, ci permetterà di vedere tutti gli aspetti positivi che reca in sé.

Il counseling aziendale

Il counseling è un intervento che ha come obiettivo quello di promuovere il benessere della persona. Da anni anche in Italia si stanno sempre più incrementando interventi di questa tipologia nell’ambito privato. Diverse sono le persone che, riconoscendosi in una fase di difficoltà personale, si rivolgono a psicologi o counselor per avere supporto nel superamento di queste difficoltà.

in cosa consiste un intervento di counseling?

Completamente diverso da un intervento di terapia, il counseling mira all’empowerment personale. L’obiettivo è quello di portare la persona a una maggiore consapevolezza, sostenere e sviluppare le sue potenzialità promuovendone atteggiamenti attivi e propositivi e stimolando le sue capacità di scelta.
La metodologia utilizzata non si fonda su prescrizioni, sul dare consigli o soluzioni. L’attività di counseling si fonda sull’accompagnare e stare vicino alla persona nel suo percorso. L’assunto di base è la convinzione che ogni individuo ha in sé il potenziale per autodeterminarsi.

il counseling in azienda

Non di rado capita che in azienda si delineino delle situazioni che possono creare disagio nelle persone, compromettendo la motivazione e conseguentemente il rendimento del lavoro. Quando ci sono difficoltà comunicative, quando viene a mancare la coesione organizzativa, quando il team di lavoro risulta demotivato e appannato, è utile un intervento di counseling aziendale.

il manager counselor

Utilizzando le tecniche di cui è in possesso (regina fra queste l’ascolto attivo), il manager counselor offre uno spazio alla risorsa per esternare il proprio disagio. Senza giudizio e in una posizione di totale accoglienza, il professionista crea una situazione dentro la quale la persona si trova a essere maggiormente predisposta all’empowerment.

l’empowerment

Ha come obiettivo in ambito aziendale di smantellare tutte teorie manageriali e organizzative ormai sorpassate a favore di una visione in cui l’individuo è messo al centro. Creare un clima di fiducia, incentivare all’autonomia sono azioni fondamentali per la promozione del raggiungimento della consapevolezza individuale e collettiva.
E solo dopo aver appianato le difficoltà e creato un clima di lavoro sereno si può pensare di proseguire nella direzione del coaching aziendale.

Per una visione olistica dell’azienda

In più settori che si occupano di benessere della persona, si è introdotta e compresa l’importanza di una visione olistica dell’individuo. Una visione cioè che considera la persona come un’unità-totalità non esprimibile con l’insieme delle parti che la costituiscono.

l’importanza di bilanciare aspetti materiali con aspetti introspettivi

Anche in riferimento alle aziende, sarebbe importante e necessario un bilanciamento tra gli aspetti materialistici e quelli spirituali: avere quindi una visione olistica dell’azienda.
Il materiale è quell’aspetto di estroversione che porta a identificarsi con qualcosa di esterno. Lo spirituale si identifica invece con un oggetto trascendente (cioè al di sopra dell’esperienza sensibile).
Un’azienda con un approccio olistico include, promuove e valorizza competenze reali, formali e lo sviluppo della consapevolezza. Mirando al raggiungimento di livelli sempre più profondi di quanto potrebbe fare l’intelletto.

verso una conoscenza “trasformazionale”

In contrapposizione all’educazione tradizionale, che si fonda su un apprendimento “transazionale”, l’approccio olistico promuove un apprendimento “trasformazionale”. L’obiettivo è quello di espandere la consapevolezza personale, attraverso l’introspezione, gli atteggiamenti e i valori.
Una visione olistica della conoscenza mira ad approfondire e plasmare il potere creativo umano. A stimolare l’autorealizzazione e l’empatia. A far si che ci si metta continuamente in gioco.

competenze: cosa si intende?

Un’azienda in grado di prestare attenzione agli aspetti introspettivi otterrà maggiori e migliori prestazioni. Pensare che un buon dipendente sia colui che è solo in grado di svolgere bene il proprio lavoro è un errore. Un buon dipendente deve avere anche e soprattutto altre qualità: indipendenza, spontaneità, elevate capacità creative, ispirazione, coraggio e ampia consapevolezza. Deve avere una elevata moralità, salute fisica e mentale. Deve essere capace di amare e di essere empatico.

per una consapevolezza collettiva dell’azione

Dipendenti con capacità di consapevolezza individuale, porteranno l’azienda stessa a un grado di maggiore consapevolezza collettiva dell’azione. Questo avviene solo trascendendo l’intelletto per arrivare a una connessione più intima con la realtà, basata su emozioni e intuizioni.
L’unione di consapevolezze individuali dà vita ad un’azienda in grado di realizzare attività di qualità sempre più elevata, con enormi capacità di adattamento ai cambiamenti e una tendenza alla pro-attività.
Per arrivare a questi risultati, diverse sono le tipologie di intervento attuabili.

Terzo genitore, il suo ruolo nella relazione con i nostri figli

Sempre più si vanno diffondendo le cosiddette famiglie allargate: famiglie che nascono dall’unione di due individui che, o solo uno o entrambi, hanno figli da relazioni passate; ciò significa che un crescente numero di bambini e ragazzi convive con un adulto differente dal genitore biologico e, magari anche, con i figli di questo e/o con i figli nati dalla nuova unione.

Una definizione

Dalla notte dei tempi, il/la nuovo/a compagno/a di mamma e/o di papà sono stati sempre definiti come “patrigno e matrigna”, ma, complici i racconti fiabeschi in cui il patrigno e la matrigna fanno spesso la parte dei cattivi, si è andati alla ricerca di una nuova definizione, di un nuovo nome da dare a queste figure. Di tutte quelle date, in realtà non moltissime, due sono quelle che prediligo: quella di “genitore sociale” e la definizione data dalla dott.ssa Anna Oliverio Ferraris di “terzo genitore”; nell’omonimo libro, la Oliverio Ferraris intravede, dietro alla difficoltà sociale di trovare e utilizzare un nome adeguato al/alla nuovo/a compagno/a, un rifiuto inconscio di accettare, non tanto il divorzio, quanto le conseguenze che esso comporta.

L’accettazione del terzo genitore 

L’adulto nuovo che entra nella famiglia deve essere accettato dai figli e la migliore strategia per arrivare a questo pare essere quella di non tentare di controllare subito il comportamento del bambino/ragazzo, ma di cercare di stabilire con lui un rapporto e di sostenere il genitore nel suo ruolo parentale. Influisce molto in questo senso l’età del figlio: l’accettazione di una nuova figura avviene più facilmente per i bambini molto piccoli e per i post-adolescenti, quando invece il figlio ha 4/5 anni o è in età adolescenziale, emergono maggiori difficoltà. Naturalmente la buona riuscita dell’operazione “accettazione” dipende molto dalle capacità degli adulti coinvolti che devono essere in grado di tenere in equilibrio il passato con il presente: il passato non può essere ignorato, ma non può nemmeno dominare il presente. Chiedere a un bambino di rinunciare al suo affetto per il padre o per la madre è uno degli errori più grossi che si possano fare, è invece importante che il/la nuovo/a compagno/a, insieme alla madre e al padre, incoraggino il legame con l’altro genitore, poiché la relazione con il padre o la madre non esclude un legame con patrigno o matrigna.

Naturalmente le variabili in gioco in situazioni di questa natura, coinvolgendo diverse persone, sono parecchie e possono pregiudicare la buona riuscita dell’accettazione delle nuove figure.  In virtù di questo si consiglia sempre un periodo di prova/rodaggio (per la nuova coppia) prima di compiere passi importanti quali il matrimonio o la nascita di un figlio e di rispettare i tempi di ognuno affinché i cambiamenti e la reciproca conoscenza avvengano naturalmente.

Matrigna, patrigno: figure identiche ma con ruoli diversi

L’ingresso nella vita di un bambino/ragazzo di una nuova figura, abbiamo visto, non è esente da difficoltà, ma diverso è se si tratta di matrigna o di patrigno. Se un uomo infatti può “rimanere fuori”, in misura maggiore o minore, dalle questioni che riguardano l’organizzazione e l’andamento della casa, per una donna è quasi impossibile, poiché, ancora oggi, queste questioni sono prettamente appannaggio delle donne; questo poi maggiormente si concretizza se i figli sono domiciliati presso l’abitazione del padre e quindi la loro permanenza presso l’abitazione paterna e quantitativamente superiore rispetto a quella materna.

In una condizione come questa la donna può trovarsi a dovere affrontare situazioni estremamente delicate, ed è nel cercare di risolvere al meglio  il tutto, che la donna può provare sentimenti di frustrazione, di stanchezza, di inutilità; in questo scenario diventa fondamentale l’atteggiamento e la più o meno presenza del compagno, nonché padre dei bambini. Se il sostegno reciproco è fondamentale nelle famiglie intatte, diventa imprescindibile all’interno delle famiglie ricostruite dove la figura femminile non è il genitore biologico.

Il successo delle famiglie ricomposte può essere compromesso da una serie di “sfide”o problemi che si presentano quando le aspettative e le immagini ideali che ognuno ha di sé e degli altri si confrontano con la realtà dei fatti. Al di là quindi di quelle che sono le aspettative e i desideri, risulta fondamentale non distaccarsi mai dalla realtà per evitare di avere delusioni e di essere disillusi.

Il terzo genitore: diritti e doveri

Trattandosi di un adulto che diventa presenza costante nella vita dei nostri figli, ha senso, anziché ostacolarne i compiti, comprendere quali sono i diritti e i doveri che il terzo genitore ha e capire che la sua presenza può rappresentare per tutta la famiglia un plus. Capita spesso di sentire persone adulte riferirsi al/alla proprio/a compagna, o a quelli dell’ex, come figure che non hanno alcun diritto né alcun dovere rispetto ai bambini/ragazzi. Trovo che questa affermazione sia parecchio lontana dalla realtà e ho la sensazione che venga detta più con altri intenti. 

Nella vita quotidiana i nostri figli interagiscono in modo significativo con diversi adulti (a scuola, a catechismo, se praticano uno sport, se prendono lezioni di qualunque genere…) e penso di poter affermare con assoluta certezza che ciascun genitore pensi che questi adulti abbiano assolutamente diritti e doveri nei confronti dei propri figli: auspichiamo siano delle persone per bene, con una buona morale, che abbiano un condotta positiva (educati, non aggressivi, coinvolgenti, solari…) così da poter essere modelli di riferimento positivo. Mi domando allora, come in virtù di ciò, si possa asserire che il/i terzo/i genitore/i, con cui i nostri figli trascorrono molto più tempo che con l’istruttore di nuoto, non abbia diritti e doveri. Nel suo interagire con i figli, nel trascorrere con loro del tempo in un contesto come quello abitativo, in cui ci spogliamo di tutti i condizionamenti sociali, mostrandoci nella nostra autenticità, il terzo genitore diventa inevitabilmente portatore di diritti e doveri. La sua condotta rispetto agli eventi familiari (se è una persona tranquilla, piuttosto che aggressiva, se è una persona espansiva, piuttosto che riservata, se è una persona con dei valori morali, una coscienza e capacità empatiche o meno) trasmette qualcosa ai figli; la modalità di gestione della loro presenza in casa, delle loro vicende (l’andamento scolastico, la relazione con l’altro genitore, le amicizie…), la qualità della relazione che il terzo genitore ha instaurato con la loro madre o il loro padre, sono tutti aspetti attraverso i quali, volente o nolente, il terzo genitore contribuisce a crescere (con le parole e con l’esempio) i ragazzi.

Il terzo genitore: una risorsa

Assodati e riconosciuti diritti e doveri del terzo genitore, in una prospettiva di benessere ed equilibrio, potrebbe avere senso per tutti, riconoscere questa figura come una risorsa, come un aiuto in più nella gestione dei figli (malattie, uscite/entrate a scuola, aiuto nello studio…); una persone che offre il suo punto di vista, delle soluzioni e che sostiene nei momenti di difficoltà, oltre che una persona che, anche da un punto di vista materiale (economico e non solo), può dare il proprio contributo.

Anche a livello giuridico, presa coscienza del significato e del ruolo anche all’interno della società, non solo delle singole famiglie, dei cosiddetti genitori sociali, si è di recente presentato al senato un disegno di legge in cui si tenta di dare disciplina giuridica a tutti quei casi in cui un minore si trovi a vivere, oltre che con il genitore biologico, con un altro adulto di riferimento.

Soltanto andare a parlare con gli insegnanti, organizzare un viaggio o portare il bambino dal medico o a fare gli esami del sangue, per il genitore sociale è un problema. In Italia non siamo abituati alla compresenza di due diverse figure genitoriali, tant’è che le ricerche sul tema sono quasi tutte straniere. Sono in parecchi però ad essere convinti che i ragazzi con famiglie separate vivano in maniera normale il rapporto con il genitore acquisito, che anzi considerano un arricchimento relazionale.

Attraverso l’istituto della delega della responsabilità genitoriale il ddl consente al compagno o alla compagna del genitore biologico di assumere rispetto al bambino alcuni diritti e doveri che gli siano espressamente “delegati” dal/dai genitori naturali, in virtù di un atto che viene autorizzato dal Tribunale poiché risponde all’interesse del minore.

Gruppi di auto-mutuo-aiuto: un aiuto reciproco.

Capita, durante il nostro percorso esistenziale, di vivere momenti di difficoltà, situazioni che ci sembra non poter gestire e questo, naturalmente, crea disagio, frustrazione, sensazione di impotenza, tristezza e inadeguatezza. In qualunque direzione ci muoviamo, abbiamo la sensazione che, anziché giungere a delle soluzioni, si stia ulteriormente affondando dentro al problema e dentro la nostra incapacità di gestirlo se non risolverlo.

Cosa è possibile fare quindi?

Di fronte a una situazione di questa natura, potrebbe essere contemplabile cercare un aiuto esterno, magari in un professionista che possa darci una mano ad uscire dalle sabbie mobili in cui ci troviamo bloccati. Diversi sono gli interventi  a cui possiamo affidarci, ma fra tutti vorrei soffermarmi su uno strumento, magari non conosciuto da molti, i cui risultati si mostrano sempre piuttosto efficaci e utili.

Sto parlando dei gruppi di auto-mutuo- aiuto. Che cosa sono?

I gruppi di auto-mutuo-aiuto sono gruppi formati da persone accomunate dal fatto di vivere una medesima situazione che genera  difficoltà o disagio: la separazione, un lutto, una malattia, un handicap…

Perché allora entrare in un gruppo di auto-mutuo-aiuto, anziché farsi seguire da un counselor o da uno psicologo per cercare di risolvere le problematiche legate alla vicenda che stiamo vivendo o per gestirla nel modo meno stressante possibile?

Assunto base dei gruppi di auto-mutuo-aiuto

Un intervento come quello dei gruppi di auto-mutuo-aiuto ha delle connotazioni piuttosto rilevanti e significative che gli altri interventi non hanno. Alla base del gruppo infatti c’è l’idea che “in due si fa meglio che da soli”, dinamica questa che può essere considerata come la quinta essenza del mutuo-aiuto. L’approccio dell’auto-mutuo-aiuto si fonda sulla convinzione che il gruppo racchiuda in sé le potenzialità per promuovere dinamiche di aiuto reciproco tra i suoi membri. Il mutuo-aiuto è un fenomeno per cui i membri di un gruppo, mentre riflettono su una particolare questione, si aiutano reciprocamente. La componente della reciprocità del mutuo-aiuto riflette la convinzione secondo la quale mentre aiutiamo gli altri aiutiamo noi stessi, grazie all’opportunità di confermare e condividere, con altri, i modi di essere o di fare che ci sono serviti, o di mettere in discussione e migliorare quelli che non sono stati altrettanto utili.

Caratteristiche dei gruppi di auto-mutuo-aiuto

All’interno del gruppo di auto-mutuo-aiuto, giocano un ruolo fondamentale, oltre agli aspetti di comunanza, quelli di differenza: ascoltare le esperienze e le modalità messe in atto dagli altri finisce con il diventare una sorta di lavoro di brainstorming attraverso il quale possiamo valutare aspetti e soluzioni che non avevamo minimamente preso in considerazione.

I gruppi di auto-mutuo-aiuto hanno tre funzioni principali:

  1. aiutare i partecipanti a riconoscere le risorse di cui essi sono portatori rispetto al gruppo;
  2. aiutare i partecipanti a utilizzare queste risorse per costruire un ambiente comunitario che risulti favorevole allo sviluppo del mutuo-aiuto;
  3. insegnare ai partecipanti a praticare concretamente l’auto-mutuo-aiuto nelle dinamiche di gruppo.

I membri di un gruppo di mutuo-aiuto, con le speranze, i bisogni, i desideri e i problemi di cui sono portatori, si impegnano in un processo collettivo di problem solving. Attraverso l’esame, l’esplorazione e l’elaborazione di ogni tipo di problema, rimettono in discussione le proprie esperienze personali nel tentativo di comprendere meglio, di costruire relazioni di empatia e, da ultimo, di essere d’aiuto sia agli altri che a se stessi, grazie alla condivisione con il gruppo di auto-mutuo-aiuto delle proprie storie di vita.

Infine poi, va sottolineato che non c’è alcun dubbio che l’essere in relazione con atre persone che hanno esigenze, speranze o finalità simili alle nostre, rappresenti per ciascuno di noi una fonte preziosa di forza, di coraggio e di energia. Vedere altri che sono riusciti ad affrontare aspetti e situazioni che a noi creano difficoltà, ci dà speranza rispetto al fatto che anche noi potremo esserne in grado.